
Un’esperienza toccante e che tutti dovremmo fare nella nostra vita è la visita ai campi di lavoro e sterminio della follia nazista, luoghi della sofferenza e del terrore costruiti per reprimere i nemici politici, le minoranze etniche, il popolo ebraico, gli omosessuali e tutti colori che venivano identificati come oppositori al regime nazista.
Il viaggio nella memoria è stato organizzato da ANED Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti e ho avuto l’onore di accompagnare gli studenti della mia scuola grazie al contributo economico del Comune di Calcinaia, dal 2 al 6 maggio 2024.
Un vero e proprio pellegrinaggio laico, i viaggi nei lager nascono dall’esigenza di commemorare le vittime e di accompagnare i familiari a vedere il luogo della fine dei loro cari.
Ho avuto la fortuna di aver come accompagnatori Laura Geloni, figlia del sopravvissuto Italo Geloni, e Massimo Fornaciari che hanno accompagnato oltre 260 persone con le scuole da tutta la Toscana. Le Sezioni ANED investono ogni anno energie e risorse per portare centinaia di ragazzi in visita a Mauthausen in occasione della commemorazione internazionale della liberazione del campo del 5 maggio 1945. Mauthausen con i suoi sottocampi è indissolubilmente legato alla deportazione fascista italiana, che è stata caratterizzata da una prevalenza di deportati politici.
La prima tappa del faticoso viaggio in pullman è stato il lager di Dachau e quando sono entrato mi sono sentito raggelare, bloccato nei movimenti perché visitare dal vivo certi luoghi del terrore, della violenza e dell’annientamento di tutti i diritti umani ha un impatto emotivo fortissimo. Ti colpisce il silenzio che investe tutte le persone appena entrano, come forma di rispetto e di profonda riflessione. Il campo di concentramento di Dachau fu il primo lager nazista inaugurato il 22 marzo 1933 (pochi mesi dall’ascesa al potere di Hitler) e servì da modello per tutti gli altri campi di concentramento, di lavoro forzato e sterminio costruiti successivamente. Nel museo allestito ho visto il cancello di ingresso del campo con la scritta “Arbeit macht frei” che significa “Il lavoro rende liberi”, poi l’elenco di tutti i triangoli che indicavano i vari nemici del regime nazista e tantissime foto a testimoniare l’orrore quotidiano che vivevano i detenuti. Mi hanno davvero impressionato le camere a gas, il forno crematorio e il viale di ingresso con gli alberi piantati da detenuti (oggi altissimi) testimoni di violenza e brutalità.
Dal mese di febbraio fino ad aprile 1945, a causa della mancanza di carbone, il crematorio del lager non fu più usato e le SS costrinsero i detenuti a trasportare i cadaveri dei loro compagni fino al Leitenberg e a scavare otto fosse comuni per più di 4.000 prigionieri. Dopo la liberazione, il governo militare americano ordinò di scavare altre due fosse comuni per all’incirca altri 2.000 morti e per l’operazione, gli americani costrinsero ex funzionari importanti del partito nazista e contadini della città di Dachau che aiutarono a trasportare e a seppellire i morti trovati nel campo. Dopo la visita a Dachau ci è stata una cerimonia commemorativa al Cimitero d’onore del Leitenberg alla quale ho partecipato.
Il giorno seguente spostamento dalla Germania all’Austria verso il grandissimo campo di concentramento di Ebensee che è stato uno dei più importanti sottocampi del Lager di Mauthausen. La sua nascita fu voluta da Hitler nel 1943 per la fabbricazione dei missili balistici V2. Per questo i prigionieri furono impiegati per scavare gallerie nelle montagne circostanti in condizioni davvero disumane.
Il luogo più terribile e che ha colpito maggiormente la sensibilità degli studenti è stato il Castello di Hartheim, nei pressi della città di Linz in Austria. Nonostante il suo aspetto da castello delle fiabe è noto per essere stato uno dei sei campi di sterminio dell’Aktion T4, il programma di «eutanasia» nazista che prevedeva l’eliminazione delle persone affette da disabilità fisiche o mentali. Un luogo dalle atroci sofferenze dove venivano fatti esperimenti sui bambini disabili tedeschi.
A 5 chilometri da Mauthausen furono costruiti nel 1940 tre sottocampi intorno al villaggio di Gusen, denominati Gusen I, Gusen II, Gusen III, che hanno costituito una realtà a sé per quantità di deportati e durezza di condizioni di prigionia e di lavoro. Anche in questo campo uno degli obiettivi economici era costituito dallo sfruttamento delle vicine cave di granito. Fin dall’inizio il lavoro costituì uno dei mezzi di eliminazione dei prigionieri, in prevalenza polacchi, fra cui molti religiosi, e repubblicani spagnoli deportati dalla Francia. Nel 1941 fu installato il crematorio e si avviarono le eliminazioni sistematiche di malati, inabili, portatori sospetti di malattie contagiose.
Nell’arco di tre anni il campo viene a contenere un numero di prigionieri superiore a quello del campo principale di Mauthausen, con l’arrivo di deportati sovietici, jugoslavi, francesi, italiani (dall’agosto 1943) e l’apertura di altre attività produttive che sfruttavano la forza lavoro gratuita dei detenuti.
Di un’area immensa rimane un piccolo memoriale col forno crematorio, mentre tutto intorno ci sono villette con giardino abitate, sui luoghi di atrocità e violenze verso il genere umano e questo aspetto davvero colpisce tantissimo: chi vivrebbe sui resti di un campo di sterminio?
Ultima tappa è stato Mauthausen la cui zona viene scelta come sede di un campo di concentramento per la sua vicinanza con la cava di granito, all’interno della quale i prigionieri sono impiegati nel lavoro forzato per estrarre materiale da impiegare per la costruzione degli edifici monumentali della Germania nazista.
Il lager di Mauthausen è l’unico campo che appartiene alla “terza categoria” della classificazione del sistema concentrazionario nazista: ciò significa che per i prigionieri che vengono qui internati non è previsto il ritorno. Ha colpito la sensibilità di tutti la “scala della morte” (186 gradini che collegano il lager, situato sulla parte superiore della collina, con la cava di granito sottostante) che veniva percorsa dai detenuti con un carico sulle spalle di oltre 40 kg di granito e la “casa della bambole” dove le giovani detenute venivano obbligate a prostituirsi con i soldati tedeschi.
Il 5 maggio è stata la giornata più faticosa ma emozionante con la Commemorazione internazionale della liberazione del campo, avvenuta nello stesso giorno del 1945, ad opera dell’esercito americano. La sfilata con le delegazioni da tutto il mondo è stato un momento di unione collettiva per portare nel futuro la memoria delle atrocità che non dovranno mai più ripetersi.
Chiudo il racconto di questo itinerario della memoria col “Giuramento di Mauthausen” (ultima parte) del 16 maggio 1945, tenutosi in occasione del rimpatrio del primo contingente di deportati sovietici. Francesco Diliddo
«Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazionale: il mondo degli uomini liberi!
Ci rivolgiamo al mondo intero, gridando: aiutateci in questa opera!
Evviva la solidarietà internazionale!
Evviva la libertà!»












